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EUROPA - L’abbattimento delle frontiere

Una delle prime grandi innovazioni introdotte dalla CEE prima e portate avanti dalla UE poi è stata senza dubbio l’abbattimento delle frontiere e delle aree doganali. Se tale decisione aveva il ruolo di garantire il libero commercio tra i paesi membri, con una conseguente eliminazione di tasse e dazi doganali per quanto riguardava il mercato del carbone e dell’acciaio, essa ha portato con sé notevoli miglioramenti negli spostamenti della popolazione europea da uno stato all’altro. L’apertura delle frontiere, infatti, si configura come un grande vantaggio per i suoi cittadini, anche se l’assenza di controlli e posti di blocco in grado di monitorare i passaggi da un paese all’altro, non a caso, lascia gioco facile a problemi come la criminalità (anche organizzata), il traffico di droga e/o di esseri umani, l’immigrazione clandestina e, non ultimo, il terrorismo. Negli anni sono stati avviati dall’Unione delle politiche comunitarie in grado di assicurare una cooperazione tra forze dell’ordine e rappresentanti della giustizia di diversi stati, il tutto per garantire una maggiore sicurezza: tuttavia la criminalità e i pericoli del terrorismo continuano a rimanere le principali paure dei cittadini.

La circolazione e lo spazio Schengen

Con l’Europa Unita tutti gli individui sono uguali e cittadini di una zona vastissima in cui possono muoversi senza difficoltà. Per agevolare lo spostamento degli individui nei paesi dell’Unione fu stipulato un accordo il 14 giugno 1985 a Schengen, piccola località del Lussemburgo. Tale accordo intergovernativo fu firmato da Francia, Germania, Paesi Bassi, Belgio e, appunto, Lussemburgo. L’Italia vi aderì il 27 novembre 1990. In tale occasione si diede vita a una precisa zona che fu identificata come “spazio Schengen” in cui non era possibile controllare le persone alle frontiere fra tali stati membri, rendendo così omogenee le normative in tema di visti. Questo accordo in realtà divenne operativo nel 1995. Nel corso degli anni tale spazio si è allargato, visto che al termine del 2007 nello spazio Schengen si trovavano tutti i paesi aderenti all’UE, ad eccezione di Irlanda, Regno Unito, Cipro, Bulgaria e Romania. Erano inoltre presenti anche Islanda e Norvegia, extra UE, ma aderenti all’accordo. I passaggi che hanno condotto i vari paesi ad entrare nello “spazio Schengen” sono stati differenti e lunghi, in quanto ogni stato si è dovuto o si deve ancora adeguare alle normative europee in materia di controllo, sicurezza e immigrazione.

Situazione non del tutto definita è quella degli ultimi paesi aderenti, come indica il portale web dell’Unione Europea: “I 10 nuovi Stati membri dell’UE (Cipro, Repubblica ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia e Slovenia) non sono ancora membri a pieno diritto dello spazio Schengen, poiché i controlli tra i vecchi e i nuovi Stati membri saranno mantenuti fino a che il Consiglio dell’UE deciderà che sono soddisfatte le condizioni per abolire i controlli alle frontiere interne. Tuttavia, sin dalla data di adesione, essi applicano una parte dell’acquis di Schengen, in particolare nel campo della cooperazione giudiziaria e di polizia e del controllo alle frontiere esterne”.

In ogni caso, i cittadini degli Stati membri dell’UE che aderiscono agli accordi di Schengen non devono mostrare il passaporto ai confini tra i vari stati in oggetto. In realtà, però, questo non significa che non possa essere comunque richiesto un documento di identità, poich ogni stato applica comunque la propria normativa interna e salvaguardia il proprio territorio con controlli di polizia e pubblica sicurezza. I cittadini di un paese membro dello spazio Schengen sono liberi di circolare senza barriere, e senza dover motivare le cause del viaggio (lavoro, vacanza, passaggio) ad accezione di imposizioni dovute non alla persona bensì a eventuali problemi di sicurezza o sanità pubblica. I veti in questo caso provengono dal paese ospitante.

L’Europa e il mondo

I 27 paesi che, ad oggi, compongono l’Unione Europea hanno davanti a sè, accanto alla finalità istituzionale di costruire e rinsaldare i rapporti tra gli stati membri per una migliore coesione, un altra grande sfida, forse ancora più ardua e lungimirante: gestire il dialogo con il resto del mondo. Se verrà modificata la normativa, per cui potranno aggiungersi altri stati, ai 27 già aderenti, arriverà il momento di porsi un cruciale interrogativo: quali saranno i criteri che permetteranno di delimitare i confini geografici, politici e culturali dell’Europa? Al di là delle decisioni che potranno essere prese, dovranno essere rispettati i principali valori su cui si fonda, da sempre, l’Unione Europea: la pace, il benessere economico e fisico del paese e dei suoi cittadini, la sicurezza e la giustizia, la democrazia e la solidarietà. Il tutto in armonia e rispetto delle singole unicità e dell’individualità nazionale.

Uno degli obiettivi comuni dell’Europa unita, in rapporto anche al resto del pianeta, è senza dubbio la lotta alla criminalità e al terrorismo internazionali. Per raggiungere alti livelli di tutela nei confronti del crimine è necessario che l’Europa adotti misure comuni tra tutti i paesi membri in merito al monitoraggio dell’immigrazione, con controlli più efficaci alle frontiere degli stati extra europei, misure per combattere organizzazioni specializzate nel traffico dell’esseri umani, nella tratta, nella proliferazione della clandestinità e del lavoro nero. In particolare serve una politica comune ma strategica per evitare lo sfruttamento di donne (prostituzione) e di bambini (traffico d’organi, pedocriminalità, vendita illegale, lavoro minorile): in tal senso è necessaria una rete di cooperazione internazionale che veda coinvolti gli organi di polizia di tutti i paesi membri. Un grande passo in questa direzione è stato fatto con il SIS, il Sistema d’Informazione Shengen, che mette in rete le forze dell’ordine, al fine di operare in indagini mirate su persone e beni. Si pensi alla scomparsa di persone, a mandati ed arresti, all’estradizione o ai furti (auto, moto, opere d’arte, e beni di grande valore). Capitolo a parte è quello riservato agli interventi mirati per combattere il riciclaggio di denaro sporco (il riciclaggio è un reato contro il patrimonio, come sostiene l’art. 648 Bis del codice penale). L’Unione Europea ha studiato una normativa ad hoc in materia di prevenzione, affiancata a ricerche sempre più serrate nella ricerca di fondi illegali alimentati e gestiti da realtà criminali organizzate ramificate in tutto il mondo.

In tale contesto di cooperazione degli organi di polizia su ampia scala si ricorda che è stato istituito l’Europol (abbreviativo di European Police Office), che si configura come l’agenzia Anti Crimine dell’Unione Europea, attiva dal 1° luglio 1999 e la cui sede è nei Paesi Bassi, all’Aia. Tale organo ha il compito di incentivare azioni sinergiche tra gli stati membri per la lotta a: terrorismo, traffico di stupefacenti, tratta degli esseri umani, immigrazione clandestina, traffico di materiale radioattivo e nucleare, commercio di veicoli rubati, falsificazione dell’euro e riciclaggio di denaro proveniente dalla criminalità. Per combattere tali crimini, l’Europol si impegna a monitorare, verificare e veicolare le informazioni e i dati raccolti da ogni singolo paese, mettendoli a disposizione e in rete per facilitare l’avvio e la buona riuscita delle indagini.

All’Europol è stato affiancato nel febbraio 2002 l’Eurojust, ideato nel lontano ’95 dal Consiglio Europeo. Si tratta di un organo che consente ai singoli stati di collaborare su azioni penali con uno o più paesi dell’Unione per indagini che li riguardano da vicino. Non a caso, poi, dal gennaio 2004, in alcuni stati è diventato operativo il mandato di arresto europeo , per sostituire l’estradizione. Tuttavia, alla luce di legislazioni a volte molto differenti sui medesimi reati nei vari paesi membri, nell’ottica di combattere concretamente il terrorismo e la criminalità internazionale, l’Unione Europea sta adottando una politica penale comune, nella speranza di offrire un alto livello di sicurezza ai cittadini di tutti i 27 paesi membri.